Looking for Alaska

Hi Clairelyns,

oggi lo studio mi lascia un po’ di respiro, così ne approfitto per scrivere un articolo che avevo in mente da tempo.

Come avrete modo di scoprire, sono un topo di biblioteca: fin da piccola amo leggere ogni genere di libro. Per spiegare il motivo di questa passione, cito sempre lo scrittore bolognese Roberto Roversi:

Là dove entra un libro, o si ascolta una voce, esce rapido un cattivo pensiero. E la nebbia della noia è soffocata o spazzata via dal vento di una buona sorpresa; e i luoghi sembrano popolarsi di gente amica. Nessuno è mai solo con un libro in mano.

A settembre, vagando per la Feltrinelli International, la mia attenzione è stata attratta dal libro di esordio di John Green, il famosissimo scrittore di “Colpa delle stelle”. A cominciare dalla copertina, sfondo nero con volute di fumo bianco, “Cercando Alaska” prometteva di essere una lettura fuori dal comune. Conosco abbastanza bene l’inglese, e acquisto sempre i libri di scrittori inglesi o americani in lingua originale per apprezzare pienamente i significati veicolati dall’autore.

Non so, ad oggi, cosa abbia reso questo libro uno dei miei preferiti. Mi ha colpita a tal punto che il mio primo pensiero appena terminata la lettura è stato devo farlo conoscere a tutti.

La trama, con il suo senso di mistero e suspence fin dall’inizio, tiene il lettore incollato alle pagine. Non può sicuramente essere liquidata con “la solita storiella ragazzo-ragazza” , perché se fosse solo una storia d’amore non varrebbe la pena di raccontarla. Anzi, è piuttosto una storia che mostra come l’amore possa esistere e crescere anche trascendendo la durata della vita, persino a 16 anni.

Miles Halter “Pudge”, un ragazzo di 16 anni, è il protagonista del romanzo. E’ il classico ragazzo “asociale”, come ne esistono tanti, con la fissa per le “ultime parole famose”, frasi pronunciate dai grandi personaggi subito prima di morire. (non troppo diversa dalla mia quotes obsession). Miles esce dall’anonimato quando si trasferisce al Culver Creek College, dove è inserito in un gruppo di amici. Qui incontra anche la ragazza che cambierà la sua vita, al punto da arrivare a dividerla in un “prima” e un “dopo”: Alaska.

If people were rain, I was drizzle, and she was a hurricane.

 Desideroso di provare tutte le esperienze tipiche dell’età adolescenziale, Pudge segue quello che definirei il “tornado Alaska”. Ragazza non troppo studiosa e accanita fumatrice, Green ritrae in modo magistrale il profilo psicologico di questo personaggio, indagandolo in tutte le sue sfaccettature, senza mai andare troppo a fondo, perché, anche nella vita reale, non ci è mai possibile conoscere totalmente le persone.

Un aspetto che mi ha molto colpito di Alaska è il suo accennare spesso a quel labirinto che è la nostra vita (“how will I ever get out of this labyrinth?”), e ciò rivela quanto sia profonda l’intelligenza e la capacità di introspezione di questa ragazza, che fa un punto d’orgoglio non essere “una delle tante”.

Green introduce nella trama molti momenti che ritraggono la vita dei teenager, in modo sapientemente casuale: scherzi terribili verso i professori, festini disastrosi, fughe in un bosco per fumare o passare le nottate a guardare le stelle…Non voglio svelarvi nulla di più sulla storia, però spero che leggere queste poche righe vi abbia invogliato a  leggere il libro.

Looking for Alaska è un piccolo capolavoro. Non mi aspetto che diventi una delle pietre miliari della letteratura mondiale, ma introduce il lettore in un interessante microcosmo adolescenziale. Non nasconde nulla: mostra l’amore e la crescita per quello che possono essere, in modo brutalmente onesto. Ribadisco che non so esattamente cosa mi abbia portato ad amare tanto questo libro, probabilmente dentro sono riuscita a leggervi alcune risposte di cui avevo bisogno in questo momento della mia vita. Green permette al lettore di leggere Cercando Alaska e di uscirne cambiato.

Probabilmente sul finale nessuno piangerà fiumi di lacrime come con “Colpa delle stelle”, tuttavia ci si affeziona davvero a Miles e Alaska, esattamente come loro fanno l’uno con l’altra. Con una grandissima capacità comunicativa, delicatezza e rabbia, si mostra come, molto spesso, l’adolescenza sia “quella fase della vita in cui decidi se vivere o morire”.

“Possiamo sopravvivere a tutto quel dolore, perché siamo esattamente così indistruttibili quanto pensiamo di essere. Quando gli adulti, con lo stupido sorriso di chi crede di saperla lunga, dicono: “I giovani si credono invincibili” non sanno quanto hanno ragione. La disperazione non fa per noi, perchè niente può ferirci irreparabilmente. Ci crediamo invincibili perchè lo siamo. Non possiamo nascere, e non possiamo morire. Come l’energia, possiamo solo cambiare forma, dimensioni, manifestazioni. Gli adulti, invecchiando, lo dimenticano. Hanno una gran paura di perdere, di fallire. Ma quella parte di noi che è più grande della somma delle nostre parti non ha inizio e non ha una fine, e dunque non può fallire.”

 

A touch of red: glasses by Marc Jacobs

 

Those awful things are survivable because we are as indestructible as we believe ourselves to be. When adults say, “Teenagers think they are invincible” with that sly, stupid smile on their faces, they don’t know how right they are. We need never be hopeless, because we can never be irreparably broken. We think that we are invincible because we are. We cannot be born, and we cannot die. Like all energy, we can only change shapes and sizes and manifestations. They forget that when they get old. They get scared of losing and failing. But that part of us greater than the sum of our parts cannot begin and cannot end, and so it cannot fail.” 

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