Beauty Project: “Ciò che inferno non è”

Hi Clairelyns!

Eccomi con il secondo articolo del Beauty Project, dedicato alla Bellezza nella letteratura, ed in particolare ad un libro che ultimamente mi ha colpito molto: “Ciò che inferno non è”, ultimo bestseller di Alessandro D’Avenia (per chi non lo conoscesse, è l’autore di Bianca come il latte, Rossa come il sangue). Ho avuto la fortuna di assistere alla presentazione del libro fatta dall’autore stesso, venuto a Bologna un paio di mesi fa. Un tema che ha trattato a lungo durante l’incontro è stato quello della Bellezza, che nel libro è presente come elemento salvifico da una realtà difficile. Questa concezione di bellezza che non fosse soltanto fisica o artistica mi ha incuriosito molto e durante la lettura ho cercato di ritrovarla e interiorizzarla il più possibile.

“Ciò che inferno non è” è un romanzo ispirato alla storia di Don Pino Puglisi, parroco a Brancaccio, un quartiere molto degradato di Palermo (una Scampia siciliana, per capirci), controllato dalla criminalità organizzata. L’affresco della semplicità e della grandezza d’animo di questo personaggio è realizzato attraverso gli occhi di Federico, un ragazzo di diciassette anni, le cui vicende e si intrecciano inevitabilmente con gli ultimi coraggiosi mesi di vita di Don Pino. Il mio coetaneo cresce e scopre la bellezza e le potenzialità infinite che risiedono nella sua adolescenza nel momento in cui si adopera per aiutare gli altri, e trova persino l’amore: qualcosa per cui valga la pena lottare anche in un inferno di mafia, miseria e desolazione, governato dalla legge del più forte.

In questa recensione, tuttavia, non intendevo soffermarmi a lungo sulla trama vera e propria, sui fatti di cronaca collegati ad essa e sui magistrali e realisticamente crudi ritratti dei personaggi. Infatti, penso che questo libro sia sì un atto di testimonianza di un tremendo delitto di mafia, uno dei più codardi ed efferati, ma leggendolo ho capito che la bravura dell’autore sta nel veicolare un significato molto più ampio di speranza, bellezza e amore attraverso gli avvenimenti raccontati. Un significato che mi ha commossa ed emozionata, che pervade ogni pagina e che attinge da un bagaglio enorme di cultura, che parte dalla letteratura greca antica fino a Dostoevskij…La Bellezza salverà il mondo, ed essa può fiorire dove meno sembra possibile, se solo è data agli esseri umani anche la più piccola capacità di poter amare. L’inferno, infatti, è il luogo per antonomasia dove tutto è immobile, ghiacciato, con una solitudine eterna, dove ogni bellezza è interrotta. Per ritagliarsi uno spazio in esso e combatterlo dall’interno si deve seguire l’esempio di Don Pino: ricevere ogni cosa o persona come un capolavoro, sacrificarsi per esso.

Vedeva i fiori che sarebbero nati nel letame, Don Pino, e riusciva anche a vedere in ogni ragazzo che sottraeva alla violenza della strada la sacralità dell’io che tende timorosamente alla pienezza dell’età adulta. La bellezza drammatica di tanti inediti che temono di non essere pubblicati. Ogni adolescente, una creatura data al mondo e non sappiamo ancora per quale motivo, che si sente disorientato appena scorge la sua immensa unicità e libertà di costruirsi vita come un’opera d’arte donata alla meraviglia degli altri.

Per citare Dostoevskij, ed in particolare riprendere Le notti bianche, cosa che fa D’Avenia stesso, tutti possono decidere se essere al servizio o meno di questa Bellezza, se trovare la luce nelle tenebre o se essere sommersi da esse. Ognuno può scorgere il paradiso dentro le vampe dell’inferno, come è riuscito a fare Padre Puglisi sorridendo ai suoi assassini e non odiando mai chi voleva ostacolare la sua opera. La bellezza si fa strada da sola se si riesce a rispettarla, risalta radiosa nell’ombra spiccando sul buio che la minaccia, ed è capace di salvare. Questo è ciò che gli scrittori e i poeti cercano di testimoniare da secoli, il sacro irrompe nella vita con questa armonia. Esso si rende presente anche con l’arte, che rappresenta la volontà degli uomini di abitare il sacro creando cose belle, “concentrando sotto i nostri occhi ciò che in natura è disperso” (G. Leopardi).

“La bellezza significa la pienezza, non s’identifica con essa. Se rimane soglia per ricevere: sì, salverà il mondo.” – Dostoevskij

Un libro scritto nello stile paratattico ma denso di significato tipico di D’Avenia, dove ogni parola sembra accuratamente studiata e soppesata al millimetro per suggerire riferimenti letterari e creare accostamenti mai banali, come una sorta di Petrarca moderno. Il racconto della vita e della gioia di Don Puglisi che riempie la mente e il cuore, mostrando quanto studio (inteso alla latina, studium ossia sinonimo di passione) e impegno  servano ogni giorno per aprirsi  alla speranza che l’inferno possa essere sconfitto, a partire dai legami affettivi, e trasformato nel suo contrario. La Bellezza struggente della Palermo stessa e delle sue contraddizioni, che alimentano la storia, entra dentro il lettore, ne sopprime il petto, lo costringe ad aprire gli occhi e ad accorgersi che, in ultimo, respira meglio di prima. Ed è pervaso di sorridente vita.

 

Sorride come non l’avevo mai vista fare fino ad ora. Uno di quei sorrisi in cui si abbassano le difese ed è come se si dicesse a chi guarda: se vuoi ferirmi, sappi che questo è il punto in cui devi colpire. Ossimori. Contraddizioni.

La vita proprio non mi torna: per possederla devi perderla per qualcuno.

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“The quite corner of the reader” photo credits: Francesca Boni 

 

 

 

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